Classe Typhoon: i più grandi sottomarini mai costruiti

ALTRO NOME: Progetto 941 Akula
TIPOLOGIA: sottomarino nucleare lanciamissili balistici
ANNI DI SERVIZIO: 1981-in servizio
ESEMPLARI COSTRUITI: 6
PAESE: Unione Sovietica/Russia

Classe Typhoon in navigazione
Un esemplare della classe Typhoon in servizio con la marina russa fotografato nel 2006. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: The Bellona Foundation. Licenza libera

I sottomarini nucleari lanciamissili balistici (SSBN) russi della classe Typhoon (nome in codice NATO del Progetto 941 Akula) sono i mezzi subacquei più grandi mai costruiti. Vennero realizzati dall’Unione Sovietica negli anni ottanta, in risposta ai similari classe Ohio americani che stavano entrando in servizio proprio in quel periodo.

I Typhoon (conosciuti nel nostro Paese anche come “classe Tifone“) sono entrati nell’immaginario collettivo grazie al libro “La Grande Fuga dell’Ottobre Rosso“, da cui poi è stato tratto un film di successo con Sean Connery nel ruolo del protagonista.

Questi sottomarini, oltre ad essere i più grandi mai costruiti, avevano anche delle soluzioni tecniche uniche: struttura multiscafo, pozzi dei missili messi davanti alla falsatorre fuori dallo scafo esterno, e così via. Furono sviluppati parallelamente ai classe Delta IV, i quali costituirono una specie di “progetto di riserva” nel caso questi giganti non fossero stati all’altezza.

In realtà i classe Typhoon si possono considerare dei sottomarini riusciti, a parte per le dimensioni che a volte rendevano difficile eludere i sistemi di sorveglianza della NATO. Comunque, quello che veramente ha messo in difficoltà questi battelli e ne ha portato al quasi completo ritiro dal servizio, sono stati i costi operativi, decisamente alti rispetto a quelli di SSBN più “convenzionali”.

Complessivamente, infatti, di sei esemplari realizzati, soltanto uno svolge ancora attività operativa con la marina russa, utilizzato come “nave test” per le prove del nuovo missile balistico sublanciato (SLBM) Bulava, destinato ai nuovi classe Borei. Degli altri, tre sono stati demoliti e due sono in riserva, in attesa di decisioni sul loro destino.

Storia

Lo sviluppo di una nuova classe di sottomarini lanciamissili balistici (ovviamente atomici) venne autorizzata nei primi anni settanta. Come al solito, gli incaricati furono i tecnici dell’Ufficio Rubin, che aveva una vastissima esperienza in materia avendo progettato praticamente tutti gli SSBN sovietici.

I classe Delta, che stavano entrando in servizio in quel periodo, erano dei battelli riusciti e con i loro 16 missili imbarcati potevano tenere testa alle realizzazioni americane del periodo. Tuttavia, negli Stati Uniti le cose stavano cambiando. La marina americana, infatti, aveva avviato il programma per lo sviluppo di un nuovo missile balistico imbarcato, il Trident, e contemporaneamente del sottomarino che avrebbe dovuto trasportarlo, la classe Ohio. Quest’ultimo sarebbe stato decisamente più potente dei predecessori: con i suoi 24 missili, infatti, poteva idealmente surclassare qualunque cosa fosse stata realizzata fino a quel momento. I sovietici, quindi, per mantenere la parità strategica, dovevano inevitabilmente realizzare qualcosa di comparabile. Qualcosa più potente dei Delta, e con un nuovo missile. E, con l’occasione, che potesse operare sotto i ghiacci artici, in modo da aumentarne le possibilità di sopravvivenza.

Lo sviluppo del missile venne avviato nel 1971, da parte di quello stesso SKB-385 che aveva progettato praticamente tutti i missili balistici imbarcati della marina sovietica. Il missile prese il nome di R-39 Rif (ed il sistema di lancio D-19) e, occorre dirlo, era un vero colosso: 16 metri di lunghezza, 2,4 di diametro ed un peso al lancio di 84 tonnellate! Per dare un’idea, il precedente R-29 era sui 13-14 metri, aveva un diametro inferiore di 60 centimetri e soprattutto pesava poco più di 32 tonnellate. Lo stesso Trident che gli Stati Uniti stavano sviluppando era lungo sui 10 metri e pesante 33 tonnellate. In compenso, l’R-39 (che la NATO chiamò SS-N-20 Sturgeon) poteva trasportare 10 testate nucleari a oltre 8.000 km: esattamente quello che la marina sovietica voleva.

Classe Typhoon in porto dal satellite
1982: un satellite spia americano fotografa un esemplare della classe Typhoon ormeggiato a Severodvinsk. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: US Government. US Public Domain

L’unico problema era che per trasportare un missile del genere sarebbe servito un sottomarino extra large: e qui entrò in gioco l’Ufficio Tecnico Rubin. Le attività progettuali sul nuovo battello (che prese il nome di Progetto 941 Akula) iniziarono intorno al 1972-1973, e furono praticamente portate avanti in parallelo con quelle della classe Delta IV. Il nuovo sottomarino infatti avrebbe contenuto soluzioni fortemente innovative, ed i progettisti preferirono affiancargli un progetto più convenzionale e già collaudato. In questo modo, avrebbero ridotto i rischi in caso il ‘941 si fosse rivelato insoddisfacente.

Il risultato fu un colosso, qualcosa di mai visto prima sott’acqua: 170 metri di lunghezza, 25 di larghezza (quasi il doppio di un sottomarino normale) e, soprattutto, un dislocamento in immersione di oltre 30.000 tonnellate (48.000 secondo alcune stime). Le sfide progettuali furono notevoli, e vedremo dopo come si regolarono i progettisti.

Capitolo nome: perché venne chiamato “classe Typhoon“? La NATO, infatti, per i sottomarini, utilizzava le lettere dell’alfabeto fonetico (Alfa, Bravo, Charlie, Delta… Zulu), e Typhoon non lo è. La spiegazione è molto semplice: erano finite le lettere. Quindi l’intelligence occidentale si trovò a dover cercare un nome alternativo. Lo spunto lo fornì, involontariamente, il premier sovietico Leonid Brezhnev. Questi infatti, durante un discorso nel 1974, chiamò il nuovo sottomarino “Taifun“, parola russa per “tifone”. La NATO colse l’occasione, e fu così che uscì fuori il nome Typhoon. Il nome originale russo, invece, è Progetto 941 Akula.

La costruzione del primo esemplare, chiamato TK-208, venne intrapresa presso il solito cantiere navale Sevmash, a Severodvinsk, nel 1976. L’unità fu varata nel 1980 ed entrò in servizio l’anno successivo. La piena operatività si ebbe solo a partire dal 1983, quando finalmente il missile R-39 fu accettato in servizio.

Descrizione tecnica

I battelli della classe Typhoon hanno delle caratteristiche peculiari, che li rendono diversi da qualunque altro sottomarino costruito. Oltre alle dimensioni, ovviamente.

I classe Typhoon hanno una lunghezza minima di 170 metri. Diciamo “minima” poiché un paio di esemplari sono più lunghi, ed arrivano a 173 metri. Comunque, questa non è una misura eccezionale: anche i classe Ohio raggiungono i 170 metri, e comunque i 166 dei Delta IV alla fine non sono così diversi. Quella che è veramente fuori dal comune è la larghezza, che supera i 23 metri (contro i 13-15 di un sottomarino normale). Ma a cosa sono dovute queste dimensioni? Alla struttura interna: i classe Typhoon sono tra i pochissimi sottomarini al mondo costruiti con la formula multiscafo.

Premessa: la stragrande maggioranza dei sottomarini oggi in circolazione sono a scafo singolo o a doppio scafo. Solitamente, i modelli di fabbricazione americana sono a scafo singolo, mentre quelli di scuola russo-sovietica sono a doppio scafo (ci sono ovviamente delle eccezioni).

La soluzione a doppio scafo prevede uno scafo esterno, non pressurizzato, che serve ad aumentare le capacità idrodinamiche del battello. Solitamente questo scafo è composto da una lega leggera. L’altro scafo, quello interno, invece è pressurizzato: in pratica, è quello che deve sostenere la pressione dell’acqua e dove risiede l’equipaggio. I classe Typhoon utilizzano una soluzione ancora più estrema: un singolo scafo esterno in acciaio che racchiude più scafi pressurizzati in titanio. La soluzione ha lati positivi ed ovviamente negativi.

  • Lati positivi: maggiore resistenza ai danni e sicurezza per l’equipaggio. Avere scafi distinti, in caso di incidente, è molto più sicuro che averne uno singolo diviso in compartimenti stagni. Quindi, le possibilità di sopravvivenza del battello sono sicuramente maggiori. In altri termini, se un incidente come quello accaduto al K-141 Kursk fosse avvenuto ad un Typhoon, il sottomarino si sarebbe molto probabilmente salvato. Un lato positivo di cui si parla poco è l’estrema flessibilità di questa formula. Come notò la CIA nel 1986, la soluzione multiscafo consente di effettuare parecchie modifiche interne, anche rilevanti, senza andare a modificare le caratteristiche idrodinamiche del sottomarino: lo spazio tra gli scafi pressurizzati e lo scafo esterno, infatti, non manca.
  • Lati negativi: aumento delle dimensioni. Certo, dipende dal modo in cui gli scafi multipli interni sono sistemati, ma di solito si ha un aumento della larghezza. Nel caso dei Typhoon, 23 metri contro i 13-15 di un sottomarino “normale”. L’aumento delle dimensioni porta, ovviamente, ad un incremento del dislocamento e ad una maggiore possibilità di essere individuati. Poi ci sono i costi di costruzione che “esplodono”, ma questo è un altro discorso.

Ma come sono sistemati gli scafi interni di un Typhoon? Bene, se noi potessimo vederli, senza lo scafo esterno, l’insieme somiglierebbe ad un catamarano. La struttura principale è composta da due scafi in titanio paralleli, di 7,2 metri di diametro, che corrono per l’intera lunghezza del sottomarino. Su questa struttura, sono collegati gli altri scafi pressurizzati:

  • a prua, “poggiato” sopra i due scafi principali, c’è uno scafo pressurizzato con il compartimento siluri;
  • più o meno al centro della nave, c’è uno scafo pressurizzato, “incastrato” rispetto ai due principali, che si estende in verticale dentro la falsatorre. Questo modulo contiene la sala di controllo principale ed il compartimento con l’elettronica di bordo (il “cervello” del sottomarino), ed è rinforzato rispetto al resto del sottomarino. Da qui inoltre si può accedere alle due capsule di salvataggio laterali per l’evacuazione dell’equipaggio.
  • A poppa, in mezzo ai due scafi principali, ce ne sta uno pressurizzato più piccolo.

Tutti questi scafi sono collegati tra loro da passaggi, e contengono delle botole indipendenti per uscire all’esterno. Internamente, i Typhoon sono suddivisi in 19 compartimenti, che possono ospitare 163 uomini di equipaggio.

Lo scafo esterno è rinforzato, e parecchio. Per aumentare la sopravvivenza del sottomarino, infatti, i progettisti lo resero idoneo ad operare sotto i ghiacci artici. In mare aperto, infatti, i grandi SSBN sono più “facili” da intercettare, sia utilizzando sistemi satellitari, sia altri battelli subacquei. Sotto uno spesso strato di ghiaccio, invece, essere individuati è molto più difficile. Ora, se un sottomarino nucleare può tranquillamente navigare sotto l’artico (lo hanno sempre fatto), per un SSBN il discorso è diverso.

La capacità di deterrenza di un battello del genere sta nella possibilità di lanciare i suoi missili con pochissimo preavviso, e questo nel mare artico è un problema: gli SLBM non sono in grado di perforare uno strato di ghiaccio, e quindi il lancio deve avvenire per forza di cose o in emersione, o dopo che il sottomarino emergendo ha creato un varco. I sottomarini, inoltre, non possono emergere attraverso il ghiaccio in posti a caso, ma devono trovare un punto in cui lo spessore sia più sottile.

Questa ricerca può impegnare il battello a lungo, e non è detto che abbia successo (o che il punto individuato sia raggiungibile in tempi brevi). I classe Typhoon, invece, hanno molta più flessibilità da questo punto di vista: infatti, rinforzando alcune parti dello scafo esterno (in particolare la zona della falsatorre), possono emergere attraverso il ghiaccio con molte meno limitazioni (secondo alcune stime, potrebbero “sfondare” ghiaccio spesso da due e due metri e mezzo). Il prezzo per queste caratteristiche sono state dimensioni enormi ed un dislocamento in immersione di oltre 30.000 tonnellate (anche se alcune stime riportano numeri dell’ordine delle 48.000 tonnellate, in pratica una corazzata della seconda guerra mondiale), con costi di costruzione allucinanti e di gestione non proprio economici.

TK-202 - Classe Typhoon
Un esemplare della classe Typhoon ormeggiato a Severodvinsk. Si tratta del TK-202, in attesa di demolizione nel 1999. Nonostante sia stato ufficialmente radiato solo nel 2000, l’operatività di questo battello era ormai nulla da diverso tempo. Notare a prua i sei tubi lanciasiluri da 533 mm. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: Defense Threat Reduction Agency. US Public Domain

I classe Typhoon, nonostante le loro dimensioni, sono considerati decisamente più silenziosi degli altri sottomarini sovietici di quel periodo. L’abbondanza di spazio dovuta alla soluzione multiscafo, infatti, consentì di adottare delle misure per ridurre al minimo i rumori prodotti dall’apparato propulsivo anche alle basse velocità. Inoltre, contribuirono alla riduzione della traccia acustica anche le particolari eliche intubate e le piastrelle anecoiche sullo scafo esterno.

L’armamento, come detto sopra, era costituito da 20 missili balistici sublanciati R-39 Rif, conosciuti in Occidente con il nome in codice NATO di SS-N-20 Sturgeon. Le dimensioni, lo abbiamo visto, erano imponenti: 16 metri di lunghezza per 84 tonnellate di peso, con una gittata di oltre 8.000 km ed un carico utile di 10 testate nucleari. Praticamente, un singolo classe Typhoon riusciva a trasportare qualcosa come 200 testate, che poteva lanciare senza allontanarsi troppo dalle sue basi, oppure direttamente ormeggiato in porto.

Questi missili erano sistemati in un modo peculiare, e ad oggi unico: in due file di tubi di lancio, montati tra i due scafi pressurizzati principali, tra la prua e la falsatorre. Del resto, questo era probabilmente l’unico modo di farli entrare in questi sottomarini, viste le dimensioni. Il risultato era che la falsatorre si trovava più o meno al centro del battello, spostata verso la poppa. Viste le dimensioni di questi sottomarini, non era stato necessario realizzare alcuna sovrastruttura o “gobba” per contenere le parti terminali degli ordigni.

La cosa interessante è che, nonostante sia il più grande sottomarino mai costruito, i classe Typhoon non sono stati quelli con più missili imbarcati. I classe Ohio americani, infatti, ne trasportano 24. Le motivazioni sono sia tecniche (gli R-39 erano molto più grossi ed ingombranti dei Trident) sia, forse, politiche. Il leader sovietico Brezhnev, infatti, durante i colloqui con Kissinger nell’ambito degli accordi SALT, dichiarò che il nuovo SSBN non avrebbe avuto un numero di missili superiore a quello degli Ohio, allora in fase di sviluppo. Qualunque siano state le reali motivazioni, comunque, il numero di missili rimase di venti.

Completavano l’armamento sei tubi lanciasiluri da 533 mm, da cui i Typhoon potevano lanciare una grande varietà di armi. Certo, non erano sicuramente progettati per dare la caccia agli altri sottomarini, però erano in grado di difendersi con una certa efficacia: tra siluri (normali ed a cavitazione) e missili antisommergibile SS-N-15 Starfish e SS-N16 Stallion, un Progetto 941 era un gran brutto cliente.

Un classe Typhoon nell'Artico
Un classe Typhoon nel suo ambiente naturale: l’Artico. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: The Bellona Foundation. Licenza libera

L’apparato propulsivo è costituito da due reattori OK-650 da 190 MW, che erano stati sviluppati appositamente per i Typhoon. Si rivelarono propulsori piuttosto riusciti, visto che ne furono realizzate varie versioni, montate su varie classi di sottomarini nucleari (come Akula, Sierra, Oscar, i nuovissimi Borei e lo sfortunato K-278 Komsomolets). Ogni reattore, insieme con una turbina ed un’elica (intubata, come specificato sopra, per ridurre il rumore), costituiva un gruppo propulsore indipendente, ognuno sistemato in uno degli scafi pressurizzati principali e capace di generare 50.000 hp. Tra le eliche ci sono le superfici di controllo di poppa, mentre quelle di prua sono retrattili.

L’equipaggio è costituito da 163 elementi, che hanno a bordo provviste per 120 giorni. Bisogna dire che l’abitabilità interna fu molto curata. Infatti, vista la formula multiscafo, lo spazio non mancava e quindi i progettisti riuscirono ad inserire a bordo anche una sauna, una piccola piscina ed un’area ricreativa per l’equipaggio. Insomma, c’era tutti il necessario per trascorrere il più comodamente possibile i quattro mesi di missione nelle profondità degli oceani!

Progetto 941 Akula – Classe Typhoon

Classe Typhoon
Raffigurazione di un sottomarino classe Typhoon. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: Mike1979 Russia. CC BY-SA 3.0

Versione base, quella che entrò in servizio con la marina sovietica.

  • Lunghezza: 170 metri
  • Larghezza: 23,3 metri
  • Pescaggio: 11,5 metri
  • Dislocamento in emersione: 23.200 tonnellate
  • Dislocamento in immersione: 30.460 tonnellate
  • Propulsione: 2 reattori nucleari OK-650 da 190 MW l’uno, 2 x 50.000 hp, 2 eliche
  • Velocità: 13 nodi in emersione, 27 in immersione
  • Profondità operativa: 380 metri
  • Profondità massima: 500 metri
  • Equipaggio: 163
  • Autonomia: 120 giorni
  • Armamento: 20 missili balistici SS-N-20 Sturgeon; 6 tubi lanciasiluri da 533 mm, con siluri, siluri a cavitazione VA-111 Shkval, missili antisommergibile SS-N-15 Starfish e SS-N16 Stallion; missili antiaerei a corto raggio Igla

Progetto 941U – Classe Typhoon

TK-208 - Classe Typhoon
Il TK-208 Dmitriy Donskoi, unico Typhoon ancora operativo, fotografato nel 2018. Immagine derivata da Wikimedia Commons. Autore: Sergey Fedyunin, Mil.ru. CC BY 4.0

La storia di questo progetto è piuttosto lunga. Nel 1989, l’Ufficio Tecnico Makeyev (niente di nuovo: era il solito SKB-385 che aveva cambiato nome) iniziò a lavorare ad una versione potenziata dell’R-39. Questo missile, chiamato R-39M (SS-NX-28 per la NATO) avrebbe dovuto avere una gittata nell’ordine dei 10.000 km con 10 testate nucleari a bordo. Nello stesso anno, su un esemplare della classe Typhoon (il capoclasse TK-208) iniziarono i lavori per installare (e testare) la nuova arma, con relativo sistema di lancio. Le cose però non andarono per il verso giusto: nel 1998, dopo il terzo lancio di prova fallito, la marina russa decise di interrompere il programma.

Lo sviluppo di un nuovo SLBM venne quindi affidato all’Istituto Moscovita di Tecnologia Termica. Questo era specializzato in missili balistici intercontinentali con base a terra (ICBM), e non si era mai cimentato in un missile sublanciato. Tuttavia, riuscì a “vendere” il progetto molto bene: un’evoluzione del Topol-M, un moderno ICBM che stava entrando in servizio nelle forze strategiche proprio in quegli anni. Oltretutto, promise anche uno sviluppo estremamente rapido, visto che si sarebbe basato su tecnologie esistenti. Il missile in questione, chiamato R-30 Bulava (SS-N-30 o SS-N-32 per la NATO), sarebbe stato imbarcato sui moderni SSBN classe Borei e, forse, sui classe Typhoon (in quegli anni ad operatività ridotta per via dei costi).

Tuttavia, visto che i Borei non erano ancora pronti, per le prove si decise di utilizzare il TK-208. Entro il 2002, quindi, due tubi di lancio degli R-39 vennero sostituiti con quelli degli R-30 (sistema di lancio D-30). Contemporaneamente, fu installata strumentazione più moderna disponibile, oltre a 12 tubi lanciasiluri “monocolpo” da 533 mm per lanciare inganni e falsi bersagli, esterni allo scafo pressurizzato. In altre parole, il TK-208 fu pesantemente modificato (alcuni la considerano una vera e propria ricostruzione), tanto da essere considerato un sottomarino nucleare di quarta generazione (i Typhoon “base” sono di terza generazione).

  • Lunghezza: 170 metri
  • Larghezza: 23,3 metri
  • Pescaggio: 11,5 metri
  • Dislocamento in emersione: 23.200 tonnellate
  • Dislocamento in immersione: 30.460 tonnellate
  • Propulsione: 2 reattori nucleari OK-650 da 190 MW l’uno, 2 x 50.000 hp, 2 eliche
  • Velocità: 13 nodi in emersione, 27 in immersione
  • Profondità operativa: 380 metri
  • Profondità massima: 500 metri
  • Equipaggio: 163
  • Autonomia: 120 giorni
  • Armamento: 2 missili balistici SS-N-30/32; 6 tubi lanciasiluri da 533 mm, con siluri, siluri a cavitazione VA-111 Shkval, missili antisommergibile SS-N-15 Starfish e SS-N16 Stallion; missili antiaerei a corto raggio Igla

Classe Typhoon cargo

Nel corso degli anni, sono state proposte diverse modifiche ai battelli della classe Typhoon, e non tutte da parte dei militari. In particolare, nei primi anni novanta, si pensò di modificare (o meglio, ricostruire) alcuni esemplari come sottomarini da trasporto. L’idea era quella di utilizzare questi mastodonti per trasportare carichi vari (gas, petrolio, merci sfuse) sott’acqua, così da evitare i ghiacci polari. La capacità di carico stimata era di 10.000 tonnellate. L’idea era molto originale, ed è rimasta sulla carta (probabilmente a causa dei costi improponibili non solo per le modifiche, ma anche di esercizio di mezzi simili).

Classe Typhoon SSGN

Un’idea che circola da diversi anni negli ambienti militari russi è quella di trasformare i classe Typhoon in piattaforme per il lancio di missili da crociera (SSGN). Non sarebbe un’idea originale: lo hanno fatto l’Unione Sovietica (i classe Yankee, anche se si trattava di aggirare i trattati per la riduzione degli armamenti strategici) e soprattutto gli Stati Uniti. Quattro esemplari della classe Ohio, infatti, sono stati modificati per il lancio di missili Tomahawk, sostituendo gli spaziosi pozzi dei Trident con lanciatori multipli. Il risultato è che un singolo Ohio può caricare fino a 154 missili da crociera.

La marina russa ha pensato di fare qualcosa di simile, convertendo allo scopo i tre Typhoon ancora esistenti. Il tipo di missile imbarcato sarebbe da definire (Kalibr, Oniks o Zircon: i russi hanno una vasta scelta tra sistemi in servizio ed in fase di sviluppo), ma numericamente si parlerebbe di circa 200 esemplari per sottomarino (i pozzi di lancio degli R-39 sono molto spaziosi).

Quello che fino ad oggi ha frenato i piani della marina russa sono, nemmeno a dirlo, i costi: rimettere a posto gli esemplari in riserva (ormai fermi dalla metà degli anni 2000) non sarebbe per niente economico, per non parlare delle spese necessarie alla conversione. Poi bisogna considerare il costo dei missili: per un Kalibr ci vogliono 1,2 milioni di dollari, ed imbarcarne 200 su una singola piattaforma potrebbe non essere sostenibile (eufemismo) per il budget della Difesa russo. Per adesso, quindi, una versione SSGN dei Typhoon rimane solo un’idea, per quanto affascinante. E probabilmente rimarrà tale: è stato calcolato che il costo di revisione/conversione di uno di questi sottomarini sarebbe pari a quello della costruzione di due esemplari “dedicati” per il lancio di missili da crociera della nuova classe Borei.

Classe Typhoon - Modellino
Modellino di un classe Typhoon, fotografato presso il RAF Museum Cosford, Shropshire, Inghilterra. Immagine derivata da Wikimedia Commons. Autore: Rept0n1x. CC BY-SA 3.0

Servizio operativo

Il primo esemplare della classe Typhoon entrò in servizio nel 1981, e fu sottoposto ad estese prove in mare. La piena operatività si ebbe solo nel 1983, quando finalmente i missili vennero dichiarati operativi. la loro missione tipica era quella di effettuare crociere nei pressi delle acque territoriali sovietiche, in particolare nell’artico: del resto, le sue caratteristiche costruttive li rendevano idonei a questo. Dalla loro posizione, potevano emergere attraverso il ghiaccio e colpire con i loro missili praticamente qualunque punto degli Stati Uniti continentali, rendendoli di fatto un vero e proprio incubo.

Inizialmente, la marina sovietica puntò parecchio su questi sottomarini, ma alla fine degli anni ottanta dovette cambiare i suoi piani: i Typhoon erano troppo costosi da costruire, e poi la guerra fredda stava finendo. I rapporti con il blocco NATO stavano migliorando, ed armi del genere non aiutavano affatto la distensione tra le superpotenze. La produzione complessiva, quindi, si fermò a sei esemplari, con un settimo impostato ma mai completato. Alcune fonti riferiscono che i sovietici avrebbero voluto mettere in servizio dieci unità, inclusi alcuni esemplari nella Flotta del Pacifico.

Classe Typhoon in navigazione
Un classe Typhoon in navigazione, nei primi anni ottanta. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: US Military. US Public Domain

I classe Typhoon ebbero un impatto notevole nell’immaginario collettivo: le loro dimensioni e l’estrema segretezza tipica dei progetti militari sovietici (le informazioni tecniche diffuse erano scarsissime) li fecero diventare il simbolo della potenza subacquea sovietica, fenomeno che il film Caccia ad Ottobre Rosso contribuì ad alimentare.

Tutti i classe Typhoon costruiti entrarono in servizio nella Flotta del Nord, e furono sistemati nella base navale di Nerpichya (Penisola di Kola).

Questi sottomarini avevano il problema dell’ormeggio: in pratica, quando stavano in porto non si sapeva bene come sistemarli. Infatti, in tutta l’Unione Sovietica, pochissime erano le basi capaci di ospitarli, per via delle dimensioni (larghezza in particolare). La stessa base di Nerpichya, bisogna dirlo, non fu mai veramente pronta ad accogliere queste unità. Prima di tutto, la base dovette essere ricostruita, visto che era stata progettata per ospitare battelli molto più piccoli (classi Echo e Hotel, sottomarini di prima generazione di dimensioni molto minori). I lavori terminarono nel 1981, appena in tempo per l’ingresso in servizio del primo esemplare.

Ma c’era un altro problema: il carico dei missili a bordo. Gli R-39 erano grossi, troppo grossi: sarebbe stato necessario trasportarli al porto grazie ad una ferrovia e caricarli nei tubi di lancio con una gru da 125 tonnellate. Nessuna delle due cose venne mai realizzata a Nerpichya, e quindi di fatto era impossibile “ricaricare” i Typhoon mentre erano in porto. La stessa base pare che non potesse ospitare strutture del genere. Quindi, alla fine, l’unico modo che la marina sovietica trovò per calare gli R-39 nei tubi di lancio fu quello di utilizzare una nave, la Aleksandr Brykin, che venne appositamente attrezzata per lo scopo.

Un classe Typhoon con la nave appoggio Aleksandr Brykin
La nave appoggio Aleksandr Brykin che “ricarica” un esemplare della classe Typhoon. La mancanza di infrastrutture adatte presso la base di Nerpichya rendeva impossibile ricaricare i pozzi di lancio in porto. L’unico modo era utilizzare una nave, appositamente cosrtuita. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: Edward L. Cooper, DIA. US Public Domain

Probabilmente, tra i motivi che convinsero la VMF a ridimensionare il “programma Typhoon” ci fu anche la loro difficoltà di gestione.

La fine della guerra fredda e la crisi economica della Russia post-sovietica imposero tagli dolorosi alle forze armate. La marina si accorse che i Typhoon erano un vero e proprio lusso, che non ci si poteva permettere. La VMF, quindi, iniziò a preferire a questi costosi e complicati sottomarini i più semplici ed economici classe Delta III e IV, che di fatto continuarono ad assicurare le crociere di deterrenza nucleare.

Problemi ulteriori ci furono con i missili: gli R-39M si dimostrarono un fallimento, ed il programma venne interrotto. Quindi, tutti i progetti di aggiornamento dei Typhoon in sostanza si interruppero alla fine degli anni novanta.

I primi tre esemplari furono posti in riserva tra il 1996 ed il 1999, e demoliti nel giro di alcuni anni grazie al contributo economico americano (la Russia doveva ottemperare ai trattati START sulla riduzione degli armamenti, ma non aveva i soldi per demolire in sicurezza la sua enorme flotta atomica strategica). La fine definitiva della classe Typhoon come SSBN arrivò nel 2004, quando gli R-39 furono ritirati dal servizio. Ormai privi di missili, due esemplari (TK-17 Arkhangelsk e TK-20 Severstal) furono posti in riserva, mentre il capoclasse TK-208 Dimitriy Donskoi veniva (e viene tuttora) utilizzato come piattaforma per le prove del missile Bulava.

TK-208 Dimitriy Donskoi & incrociatore Pyotr Velikiy
Il TK-208 Dimitriy Donskoi (sullo sfondo) accompagnato dall’incrociatore (atomico pure lui) lanciamissili Pyotr Velikiy. La foto è stata scattata nel Mar Baltico, nel 2017. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: Szilas. Public Domain

I piani della marina russa per questi sottomarini non sono chiari. Da un lato, si vorrebbe continuare a tenerli in servizio, magari modificandoli per trasportare missili da crociera o mettendoli in grado di lanciare i nuovi R-30 Bulava. Dall’altro lato, i costi necessari per aggiornare e rimettere in servizio sottomarini così complessi (e vecchi: hanno tutti più di 30 anni) sono talmente alti da scoraggiare qualunque intervento. Anche perché, è stato calcolato che il costo per “risistemare” un Typhoon è pari a quello di due Borei nuovi!

Per ora, quindi, i TK-17 e TK-20 restano in riserva, ormeggiati a Severodvinsk, mentre il TK-208 rimane nominalmente in servizio, anche se con qualche difficoltà per la manutenzione (il gigantesco bacino galleggiante PD-50, che serviva appunto per i Typhoon, è affondato per incidente nel novembre 2018) e nonostante il fatto che abbia ampiamente superato la sua vita operativa, calcolata in 25 anni (il TK-208 gira dal 1981).

Questi sottomarini probabilmente non avranno mai un vero e proprio erede. Nel loro ruolo saranno sostituiti dalla classe Borei, ma difficilmente un altro Paese si cimenterà più nella realizzazione di qualcosa di così complesso e costoso. Con tutti i loro pregi e difetti, i classe Typhoon si sono comunque guadagnati un posto nella storia della marineria.

Ed anche nell’immaginario collettivo del grande pubblico.

Esemplari costruiti

I classe Typhoon sono stati gli unici sottomarini russi ad utilizzare la sigla TK (“incrociatore pesante”) prima del numero, invece della solita lettera K. Successivamente, alcuni esemplari ricevettero anche un nome.

TK-208 Dmitriy Donskoi

Cantiere: Sevmash (Severodvinsk)
Impostazione: 30/06/1976
Varo: 27/09/1980
Ingresso in servizio: 29/12/1981
Status: operativo
Note: 2000: TK-208 Dmitriy Donskoi. 2002: Pr.941U

TK-202

Cantiere: Sevmash (Severodvinsk)
Impostazione: 22/04/1978
Varo: 23/09/1982
Ingresso in servizio: 28/12/1983
Status: radiato nel 2000
Note:

TK-12

Cantiere: Sevmash (Severodvinsk)
Impostazione: 19/04/1980
Varo: 17/12/1983
Ingresso in servizio: 26/12/1984
Status: radiato nel 2005
Note:

TK-13

Cantiere: Sevmash (Severodvinsk)
Impostazione: 23/02/1982
Varo: 30/04/1985
Ingresso in servizio: 26/12/1985
Status: radiato nel 1998
Note:

TK-17 Arkhangelsk

Cantiere: Sevmash (Severodvinsk)
Impostazione: 09/08/1983
Varo: 12/12/1986
Ingresso in servizio: 15/12/1987
Status: radiato nel 2013
Note: 2002: TK-17 Arkhangelsk

TK-20 Severstal

Cantiere: Sevmash (Severodvinsk)
Impostazione: 27/08/1985
Varo: 11/04/1989
Ingresso in servizio: 19/12/1989
Status: radiato nel 2013
Note: 2000: TK-20 Severstal

TK-210

Cantiere: Sevmash (Severodvinsk)
Impostazione: 1986
Varo: mai completato
Ingresso in servizio:
Status: demolito nel 1990
Note:

TK-208 - Classe Typhoon
Il TK-208 Dmitriy Donskoi in navigazione nel Mar Baltico. Fonte: Wikimedia Commons. Autore: Szilas. Public Domain

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