I sottomarini nucleari in Australia: una flotta di SSN per l’alleanza AUKUS

L’Australia ha deciso di dotarsi di una flotta di sottomarini nucleari. Il 15 settembre 2021, il premier australiano Morrison ha ufficialmente comunicato la notizia, aggiungendo inoltre che il suo Paese entrerà a far parte dell’AUKUS, un patto di difesa militare composto da Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna (AUKUS è appunto l’acronimo di Australia, United Kingdom e United States). Questo patto, nemmeno a dirlo, è in funzione anticinese: la politica navale particolarmente aggressiva della Repubblica Popolare, infatti, desta preoccupazioni sempre crescenti negli altri Paesi dell’area del Pacifico.

I nuovi sottomarini nucleari, stando a quanto si dice, saranno dei battelli da attacco, da realizzarsi in Australia in “almeno otto esemplari”. La tecnologia utilizzata sarà quella statunitense e britannica.

La notizia, ovviamente, ha provocato il forte disappunto dei cinesi, visto che l’iniziativa è essenzialmente contro di loro. Ma non solo.

Anche la Francia non l’ha presa troppo bene. Cosa c’entra il Paese transalpino? Semplice: Naval Group, azienda francese leader della cantieristica militare, si era aggiudicata un contratto di decine di miliardi (si, miliardi) di euro per la sostituzione dei battelli subacquei australiani della classe Collins. Si trattava di costruire 12 sottomarini convenzionali, conosciuti come classe Attack. Questo contratto è stato, per dirla in termini gentili, cestinato.

Vediamo ora come si è arrivati a questa situazione, e quali sono le prospettive australiane a proposito di battelli atomici.

La sostituzione della classe Collins

Cenni sui Collins

L’Australia è un grande Paese: praticamente un continente, abitato però da appena 25 milioni di persone. trattandosi di un’isola, cura molto la propria aviazione e la marina.

La Royal Australian Navy (RAN) è una marina di medie dimensioni, composta da una cinquantina di unità, tra cui sei sottomarini.

Questi sono i classe Collins, battelli da 77 metri di lunghezza e 3.400 tonnellate in immersione, entrati in servizio a partire dal 1996 e costati, all’epoca, 850 milioni di dollari (australiani) l’uno. Altre caratteristiche: sei tubi lanciasiluri con siluri e missili antinave Harpoon ed un’autonomia di 21.000 km a 10 nodi.

I Collins sono sottomarini piuttosto sofisticati, derivati dai classe Västergötland svedesi (ne sono, in pratica, una versione ingrandita). I costi di costruzione, va detto, sono levitati a causa della scelta australiana di realizzare i battelli “in casa”: tutti i sei esemplari sono stati realizzati a Osborne (vicino la città di Adelaide), dalla Australian Submarine Corporation (un’azienda di proprietà statale). Si è trattato, in pratica, dei primi mezzi subacquei fabbricati in questo Paese, dato che i precedenti classe Oberon erano stati costruiti in Gran Bretagna.

Classe Collins
Il sottomarino HMAS Rankin, sesto esemplare della classe Collins, in navigazione nel 2006. Fonte: Wikimedia Commons

L’invecchiamento dei sottomarini

La vita operativa dei Collins è stimata in 30 anni, che inizieranno a “scadere” intorno al 2025. Quindi, la RAN è stata costretta a prendere provvedimenti. Dato che non era possibile acquistare subito un’altra classe di battelli, si è optato, per l’immediato, con un programma di allungamento della vita operativa.

Praticamente, si tratta di una vera e propria ricostruzione, che verrà effettuata ad Osborne con la collaborazione della Saab Kockums, i progettisti originali della classe. Non sarà una cosa economica: sei miliardi di dollari australiani, pari a circa 3,7 miliardi di euro complessivi (cambio al settembre 2021).

Tuttavia, visto che l’alternativa è rimanere senza una componente subacquea, la RAN si è “rassegnata” a sostenere questa spesa.

Altro discorso è invece la sostituzione dei Collins, che vedremo a partire dal paragrafo successivo.

Nasce la classe Attack

I requisiti iniziali

La RAN iniziò a ragionare su un successore dei Collins già dal 2009. Del resto, si tratta di programmi estremamente complessi (e costosi), che vanno pianificati con un certo anticipo.

Nelle intenzioni dei comandi australiani, il nuovo sottomarino avrebbe dovuto avere una serie di caratteristiche piuttosto innovative, rispetto al predecessore.

  • 12 unità invece di 6. Praticamente un numero di battelli doppio rispetto ai Collins. 12 unità, infatti, vennero considerate un quantitativo adeguato per sostenere un eventuale confitto e difendere/pattugliare con successo le acque territoriali e quelle di interesse economico.
  • Elevata stealthiness. I nuovi battelli avrebbero dovuto essere molto furtivi, sicuramente più dei Collins (che, va detto, non se la cavano affatto male).
  • Armamento migliorato. Non solo siluri, missili antinave e mine navali, ma anche missili da crociera per colpire obiettivi terrestri (cosa che i Collins non possono fare).
  • Capacità di supportare operazioni di intelligence e sabotaggio.

La scelta del sottomarino: caratteristiche e propulsione

Dati i requisiti sopra elencati, il risultato avrebbe dovuto essere un battello sulle 4.000 tonnellate, con una lunghezza di 80-90 metri (o superiore): quindi, qualcosa di più grosso e performante dei Collins.

Per la propulsione venne valutata anche l’opzione nucleare, che però fu presto scartata: l’Australia, infatti, non ha mai avuto un programma atomico nazionale, né civile né militare (ha un paio di reattori, usati per scopi medici e di ricerca). Tuttavia, possiede qualcosa come un terzo di tutte le riserve di uranio conosciute, ma non ha modo di arricchirlo per via della mancanza di impianti idonei.

Oltretutto, vi sono anche leggi contro l’atomica ed un movimento antinuclearista di grande tradizione e con molto seguito.

Per farla breve, l’Australia non ha un’industria nucleare nazionale. Di conseguenza, per i nuovi sottomarini fu prevista la propulsione convenzionale.

Classe Sōryū
Un battello della classe Sōryū in navigazione nel 2016. Per un certo periodo, questi sottomarini giapponesi sono stati i favoriti per la sostituzione dei Collins. Fonte: Wikimedia Commons

La scelta del sottomarino: il modello

Le opzioni erano sostanzialmente quattro:

  • un modello già esistente, senza modifiche (la soluzione più rapida ed “indolore”);
  • un modello esistente ma con “personalizzazioni” imposte dalla RAN;
  • l’evoluzione di un sottomarino già esistente;
  • un battello completamente nuovo.

Inizialmente, si decise di partire da qualcosa che già esisteva. Vediamo le varie classi prese in considerazione.

  • S-80: di costruzione spagnola e con un costo unitario di circa 970 milioni di euro (2020), sono lunghi 81 metri ed hanno un dislocamento in immersione di 3.400 tonnellate).
  • Tipo 214/U-214: fabbricazione tedesca, con un costo di 330 milioni ad esemplare (2008). Sono utilizzati da quattro Paesi, quindi si tratta di un modello collaudato. Il problema, per gli australiani, probabilmente furono le dimensioni (65 metri di lunghezza per circa 1.800 tonnellate in immersione), troppo ridotte per quello che avevano in mente.
  • Scorpène: francese, utilizzato da quattro marine e con un costo unitario di 450 milioni di euro. Ne sono state realizzate varie versioni, la più grossa lunga 75 metri e con un dislocamento di 2.000 tonnellate.
  • Sōryū: costruzione giapponese e circa 600 milioni di dollari ad esemplare (2019). Con i suoi 84 metri e 4.200 tonnellate in immersione, era quello di dimensioni maggiori e probabilmente il battello che più si avvicinava alle richieste australiane.

Alcuni rumors del 2014, infatti, indicarono proprio nella classe Sōryū quella che avrebbe sostituito i Collins. Ma la partita non era finita.

La ThyssenKrupp tedesca propose il Tipo 2016/U-216, un sottomarino ancora in fase di progettazione che raggiunge i 90 metri di lunghezza ed un dislocamento di 4.000 tonnellate.

Gli svedesi decisero di entrare in gioco. Visto che la RAN è un felice utilizzatore dei Collins (di origine svedese, come abbiamo visto), perché non proporre un prodotto nazionale? Come una bella versione ingrandita della loro classe Blekinge (63 metri, 1.900 tonnellate e 430 milioni di euro ad esemplare)?

Alla fine, gli australiani optarono per una proposta francese: una versione convenzionale dei battelli nucleari classe Barracuda, proposta da Thales e DCSN.

I nuovi sottomarini avrebbero preso il nome di classe Attack.

Classe Barracuda
Raffigurazione di un classe Barracuda. La classe Attack avrebbe dovuto essere molto simile, a parte il sistema propulsivo (convenzionale invece di nucleare). Fonte: Wikimedia Commons

Il contratto con Naval Group

Il 30 novembre 2015, finalmente, fu scelto il successore dei Collins: una versione convenzionale con tecnologia americana e propulsione pump jet degli SSN atomici classe Barracuda. Battelli da 4.500 tonnellate e lunghi 90 metri, capaci di percorrere 33.000 km in 80 giorni e con 60 uomini a bordo. Decisamente un bel colpo, per la cantieristica francese!

Il contratto per 12 esemplari venne firmato con Naval Group, un’azienda statale controllata dallo Stato francese e dalla Thales.

Passato l’entusiasmo per il nuovo acquisto, iniziarono i problemi.

Costruzione

L’Australia non ha una grande esperienza nella costruzione di sottomarini. Si, ha realizzato i sei Collins “in casa”, ma non è esattamente una potenza nella cantieristica subacquea. Inizialmente, la costruzione sarebbe dovuta avvenire ad Osborne (Adelaide), per opera della già citata Australian Submarine Corporation. Tuttavia, dopo un po’ si iniziò a parlare di una procedura competitiva, prima aperta ad altre aziende nazionali, e poi anche a cantieri esteri (con tutte le polemiche del caso).

Tra le varie opzioni, c’era anche quella di costruire le varie sezioni (tutte o parte) all’estero, e poi provvedere all’assemblaggio nei cantieri australiani.

Alla fine, comunque, si arrivò alla decisione di costruire tutte le unità ad Osborne.

Costi

Il vero dramma della classe Attack. Inizialmente, lo stanziamento previsto era di 10 miliardi di dollari australiani (2009). Successivamente, ogni previsione fu di gran lunga superata.

Nel 2014 la prima vera, grossa, polemica: l’Australian Submarine Corporation stimava una spesa complessiva di 18-24 miliardi (parliamo sempre di dollari australiani), mentre una commissione governativa stimò cifre di molto superiori, nell’ordine degli 80!

Nel 2020, il Dipartimento delle Finanze disse la sua: l’intero programma dei classe Attack sarebbe costato 80 miliardi di dollari (50 miliardi di euro), una cifra spropositata e fuori da ogni logica, visto che si trattava di battelli convenzionali!

Le critiche nei confronti del programma divennero fortissime. Prima di tutto, a detta di molti esperti, le cifre “reali” erano note ai responsabili fin dal 2015. Inoltre, vi erano delle soluzioni molto più economiche: i classe Sōryū, ad esempio, sarebbero costati 25 miliardi di dollari australiani (15,5 miliardi di dollari americani. Settembre 2020), mentre un qualunque modello svedese, spagnolo o tedesco sarebbe stato ancora più economico (20 miliardi).

Insomma, la RAN si era ritrovata “incastrata” in un programma “monstre”, dai costi completamente fuori controllo.

Perché i costi così elevati?

Domanda da un milione di dollari (australiani, giusto per rimanere in tema). Le cause, va detto, furono diverse.

  • La principale, sicuramente, fu quella di decidere di realizzare i battelli in Australia. Su questo, il Governo fu molto chiaro. Il guaio è che i costi si impennarono in modo indecente.
  • Le navi realizzate nei cantieri australiani, infatti, sono mediamente più costose di un 30-40% di quelle costruite altrove. Questo vale per le unità di superficie. Per quelle subacquee, probabilmente, le percentuali sono anche più elevate.
  • Oltretutto, in Australia mancano le competenze per realizzare battelli così complessi: quindi, era necessario formare il personale, ammodernare i cantieri e soprattutto attuare un trasferimento tecnologico di quelli clamorosi.

Un altro problema pare che abbia riguardato la parte progettuale, ma su questo non ci sono conferme. Sembra, comunque, che trasformare un sottomarino nucleare in convenzionale non sia stato così semplice per i tecnici francesi, senza contare l’implementazione di tecnologie americane al posto di quelle originali “made in France” (cosa esplicitamente richiesta dall’Australia). I problemi devono essere stati seri, se nel marzo 2021 Naval Group rassicurò il partner australiano affermando che “il 60% dei 90 miliardi di dollari del programma Attack sarebbe stato speso in Australia” (si, 90 miliardi. Nel 2021 erano aumentati rispetto agli 80 dell’anno precedente).

Australian Submarine Corporation
Una delle installazioni della Australian Submarine Corporation. Immagine derivata da Wikimedia Commons

I sottomarini nucleari australiani

Veniamo ora al 15 settembre 2021. In questa data, il Primo Ministro Morrison ha annunciato che l’Australia si doterà di sottomarini nucleari, ed entrerà nell’alleanza AUKUS con Stati Uniti e Gran Bretagna.

Cosa sappiamo su questi sottomarini?

Ad oggi praticamente nulla:

  • saranno minimo otto sottomarini nucleari da attacco;
  • saranno costruiti ad Osborne;
  • non avranno armi nucleari a bordo;
  • entreranno in servizio nel 2040;
  • la tecnologia sarà fornita da Stati Uniti e Gran Bretagna.

La scelta, chiariamo, non è tecnica, ma esclusivamente politica: l’Australia si lega a Stati Uniti e Regno Unito in funzione anticinese, tra l’altro nell’ambito di un’alleanza piuttosto ampia che riguarda anche altri settori della difesa e della sicurezza… Insomma, non si tratta di una questione esclusivamente industriale. Va anche detto che le trattative, in questo senso, pare andassero avanti già da diverse settimane, il tutto all’insaputa dei francesi.

I sottomarini nucleari, insomma, sarebbero solo una parte del “pacchetto”.

Le ragioni australiane

Per l’Australia si è trattato di una mossa clamorosa, ma aveva le sue buone ragioni. Il Paese, infatti, ha dei grossi problemi con la Cina, da quando decise di avviare un’indagine indipendente sull’epidemia Covid-19. In seguito a ciò, il gigante asiatico sta attuando una vera e propria guerra commerciale, a colpi di tariffe elevatissime che stanno creando grossi problemi alle esportazioni australiane, oltre a varie forme di boicottaggio dei prodotti. L’unico modo per far “rientrare” la crisi, probabilmente, sarebbero state delle scuse ufficiali. Cosa che, tra l’altro, secondo alcuni avrebbe anche fortemente limitato l’autonomia del Paese.

L’Australia, tuttavia, ha deciso di reagire in modo inaspettato: un’alleanza con Stati Uniti e Gran Bretagna. Questi Paesi (il primo soprattutto) sono in grado di garantire la sua sicurezza, preservando i suoi interessi sia economici, sia legati alla libera navigazione nel Pacifico. Si tratta di una scelta di campo netta, che inserisce a pieno titolo l’Australia nel dispositivo strategico americano dell’Indo-Pacifico. La Francia, in questo ambito, è praticamente fuori dai giochi (e, cosa importante che è bene ribadire, l’Australia non ha nulla contro la Francia).

Riguardo ai sottomarini francesi, va detto anche che gli australiani avrebbero avuto “profonde riserve”, dovute a costi elevatissimi, problematiche tecniche di difficile soluzione ed in generale alla mancata corrispondenza rispetto ad alcuni requisiti, in particolare l’autonomia. Insomma, ci sarebbero stati tutta una serie di criticità, peraltro note da tempo agli stessi transalpini.

In definitiva, dunque, più che di questioni tecnico-economiche (che pure ci sono), si è trattato di una chiara scelta geopolitica.

Vantaggi dei sottomarini nucleari per l’Australia

Ma l’Australia che vantaggi avrebbe dal possedere una flottiglia di sottomarini nucleari?

Beh, parecchi. Ricordiamo, infatti, che la propulsione nucleare venne valutata nelle fasi iniziali del programma, anche se poi fu scartata per una serie di motivi che abbiamo visto.

La verità è che battelli simili per la RAN sono una specie di “sogno proibito”: potrebbe effettuare missioni molto lunghe, fino al Mar Cinese, difendendo gli interessi nazionali anche in zone molto lontane e senza problemi di autonomia (cosa che i battelli convenzionali non possono fare). Inoltre, contribuirebbe al contenimento della Cina, aiutando la US Navy in questo compito: otto sottomarini nucleari sono un bell’aiuto.

Anche perché l’altro grande alleato, il Regno Unito, è piuttosto lontano: ogni tanto la Royal Navy si fa viva nell’Oceano Pacifico, ma i rischieramenti costano. Per gli Stati Uniti, avere un alleato con battelli atomici in zona potrebbe essere molto utile.

Le criticità tecniche dei sottomarini nucleari australiani

L’Australia non ha ad oggi le capacità di progettare da zero battelli subacquei, e quindi è costretta a collaborare con altri Paesi. Quindi, ci saranno esattamente gli stessi problemi di costi che hanno caratterizzato la classe Attack.

Problemi che saranno amplificati da un fattore determinante: si tratta di sottomarini nucleari e, come abbiamo detto, l’Australia non ha un’industria atomica domestica. Di conseguenza, dovrà fare affidamento sui propri alleati per la parte propulsiva (il reattore, che sarà fornito praticamente a scatola chiusa), il combustibile nucleare (il Paese produce uranio, ma non è in grado di arricchirlo) e l’addestramento. Per tacere di tutte le varie strutture terrestri di supporto alla flotta atomica, che ad oggi non esistono.

Un trasferimento di tecnologia di dimensioni mostruose, che farà impallidire quello (già enorme) previsto per gli Attack.

Una problematica notevole è cosa esattamente entrerà in servizio.

  • Un modello già esistente, tipo dei classe Virginia di nuova costruzione, alcuni Los Angeles usati o degli Astute britannici?
  • L’evoluzione di un SSN attualmente in servizio?
  • Oppure un sottomarino completamente nuovo, con tutti i rischi, i costi ed i probabili ritardi che questo comporta?

Ad oggi non si può dire. La Gran Bretagna sta sviluppando un successore della classe Astute, e potrebbe essere interessante per loro condividere i costi di sviluppo con un altro Paese, aumentando il numero di esemplari prodotti (e quindi creare economie di scala maggiori e ridurre i costi unitari, oltre che procurare lavoro all’industria nazionale nel post-Brexit). Tuttavia, va detto che spesso i programmi inglesi sforano il budget. Per la cronaca, il sito analisidifesa.it riferisce che la tecnologia sarà quella degli Astute britannici.

In una prima fase, comunque, non è nemmeno possibile escludere un leasing di unità americane usate, né tantomeno l’acquisto di battelli statunitensi.

Le criticità economiche

Un programma per la costruzione di sottomarini nucleari è costoso, e molto. Per l’Australia rischia di essere un autentico salasso, non solo per l’acquisto, ma anche per la gestione dei battelli. Le unità atomiche, infatti, implicano spese di gestione ed infrastrutturali notevoli.

L’equipaggio poi è notevolmente più numeroso rispetto ad un battello convenzionale.

I costi dovrebbero essere veramente elevati. Secondo alcuni, potrebbero non bastare nemmeno i 90 miliardi di dollari australiani stati stimati per il programma Attack, che pure avevano portato a molte critiche.

A questo punto la domanda è: l’Australia è in grado di realizzare e sostenere economicamente una flotta del genere (minimo otto SSN) da sola? Ricordiamo che si tratta pur sempre di un Paese di 25 milioni di abitanti, anche se sparsi su un territorio immenso. Al riguardo, è probabile che ci sarà una qualche forma di assistenza da parte statunitense, con l’alleato che potrebbe contribuire alle spese. Per il Paese nordamericano, infatti, non è tanto una questione di soldi ma strategica: sostenere l’Australia in questa “corsa agli armamenti” nel Pacifico in ottica anticinese potrebbe valere molto più di qualche decina di miliardi.

Classe Astute
Il sottomarino HMS Ambush, della classe Astute. I nuovi sottomarini nucleari dell’Australia saranno basati su tecnologie statunitensi e britanniche. Secondo alcuni rumors, potrebbero essere piuttosto simili agli Astute. Immagine derivata da Wikimedia Commons

Le reazioni

Stati Uniti e Gran Bretagna, ovviamente, hanno accolto la notizia con grande entusiasmo: i primi guadagnano un nuovo alleato, e potranno usare i porti australiani per i loro SSN (soprattutto i classe Virginia), mentre i secondi hanno l’occasione di ribadire la loro importanza in ottica geopolitica ed all’interno del Commonwealth (quanto questo sia vero lo lasciamo agli esperti di geopolitica, noi ci occupiamo di sottomarini), oltre che di vendere un po’ di tecnologia subacquea.

La Cina e la Francia hanno avuto qualcosa da ridire.

Cina

I cinesi hanno accusato i tre paesi di essere degli irresponsabili, condannando l’esportazione di tecnologia nucleare. Per la Repubblica Popolare, ovviamente, questa è una grossa provocazione, che crea nella zona un clima da guerra fredda. In realtà, visti i rapporti tra Cina e Stati Uniti degli ultimi anni, si tratta di una situazione già presente da un bel pezzo. Per la sua marina, comunque, non è una bella notizia: dovrà tenere conto di otto SSN in più, e quindi probabilmente gli serviranno più sottomarini nucleari per “pareggiare” la minaccia.

Altri Paesi

Per la cronaca, anche un alleato “storico” dell’Australia non ha preso benissimo la notizia dei sottomarini nucleari: la Nuova Zelanda. Questa, infatti, si continua a dichiarare “paese non nucleare”, e quindi ha implicitamente vietato (per ora) l’accesso alle sue acque ai battelli atomici del vicino.

Per quanto riguarda gli altri Paesi dell’area del Pacifico, la maggior parte dei commenti sono favorevoli (in particolare da parte di quei Paesi alleati degli Stati Uniti che hanno problemi con la Cina), altri non si sono pronunciati ufficialmente, mentre almeno uno (la Malaysia) ha espresso critiche, in particolare per il rischio di una corsa agli armamenti nell’area.

La furia francese

I francesi l’hanno presa malissimo, e come non capirli: un contratto da 50 miliardi di euro andato in fumo in un attimo e senza alcun preavviso, senza nemmeno uno straccio di comunicazione preliminare… Oltretutto, lo “sgarro” è stato fatto da Paesi della NATO, quindi formalmente alleati. Per quello che riguarda la Francia, però, vanno anche dette alcune cose.

  • Il prezzo era veramente esagerato. 50 miliardi di euro per 12 battelli sono più di quattro miliardi ad esemplare: per un sottomarino convenzionale è uno sproposito, anche se fosse il migliore del mondo! I prezzi, del resto, li abbiamo visti prima. Quattro miliardi è il prezzo di un battello atomico, e pure di ottimo livello. In Australia c’erano state parecchie critiche a questa esplosione dei costi. L’impressione, a voler pensare male, è che gli australiani abbiano anche colto l’occasione per “liberarsi” da un contratto che era diventato scomodo e potenzialmente ingestibile. Del resto, vi erano delle criticità, ed anche abbastanza importanti (lo abbiamo visto prima).
  • Ricadute industriali. Secondo alcuni, non sarebbero state quelle promesse.
  • Problemi tecnici: implementare strumenti e sistemi statunitensi a bordo, unito alla trasformazione da nucleare a tradizionale, pare che abbia “messo in crisi” i tecnici.
  • Il discorso geopolitico, che abbiamo visto prima.

In tutto questo, la Francia ha richiamato per consultazioni i propri ambasciatori in Australia e Stati Uniti (non quello in Gran Bretagna: secondo il ministro degli esteri Le Drian, “non occorre, perché gli inglesi sono la ruota di scorta”).

Le critiche in Australia ai sottomarini nucleari

La notizia dei sottomarini nucleari, comunque, ha provocato polemiche anche nella stessa Australia. A parte tutto il discorso sul nucleare (nel Paese c’è una forte movimento antinuclearista), vi sono dubbi sui costi effettivi. Parecchi chiedono delucidazioni su quanto costerà al Paese questa alleanza, mentre altri si chiedono se conviene affidarsi, per un “asset” importante come quello subacqueo, ad una tecnologia interamente in mani straniere (il nucleare).

Qualcuno, addirittura, visto il discorso tecnologico e le tempistiche, ha addirittura ipotizzato che l’Australia stia, di fatto, rinunciando alla sua “autonomia” subacquea per gli anni a venire!

Dubbi ci sono anche per le ricadute lavorative, che potrebbero essere addirittura inferiori a quelle (già non altissime) del contratto con Naval Group. Il discorso “costi”, inoltre, continua a pendere come una spada di Damocle sull’intera questione.

Staremo a vedere gli eventuali sviluppi.

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